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CARABINIERI KAPUTT! I GIORNI DELL’INFAMIA E DEL TRADIMENTO di Maurizio Piccirilli

Lo stile è rigoroso, pacato, essenziale. I numeri, i fatti, la cronaca, gli eventi.

Gli Autori di queste importanti testimonianze sono diversi, eppure si intuisce, dietro la nitidezza del racconto, una comune profonda motivazione: la necessità di una rivendicazione, l’orgoglio di una scelta difficile e dura da sostenere, l’urgenza di ricostruire quella centralità e quel protagonismo che hanno forse tardato ad esser riconosciuti, in una fase storica definita spesso come oscillante tra farsa e tragedia.

La verità deve quindi riemergere dalla confusione e dall’irresolutezza sempre attribuite al contesto storico e politico dell’ Italia prima e dopo l’ otto settembre 1943, e dietro questi dettagliati resoconti, redatti in forma cronachistica oppure diaristica, si avvertono il desiderio e la commozione condivisi di far conoscere quanto sia costato difendere la propria dignità contro avversari decisi a calpestarla e contro l’infamia che non a caso compare nel titolo del libro.

Questa urgenza è forse alla base della scelta di coniugare al tempo presente le forme verbali nel brano che apre la raccolta, Un mattino d’ottobre, perché approfondire lo sguardo su fatti solo parzialmente noti è una necessità che riguarda il presente, attuale. Si può leggere inoltre come una dichiarazione del peso ancora sofferto delle violenze subite e soprattutto della deprivazione della propria identità. Dell’ identità dell’ Arma dei Carabinieri sono parte integrante alcuni simboli come le divise, le armi, ma anche i forti rapporti d’amicizia tra militari degli stessi reparti, ebbene tutto viene scompaginato nei durissimi periodi di prigionia in cui i singoli militari vengono declassati, disarmati, smistati proprio per spezzare quei vincoli, come risulta chiaramente dal Diario del maresciallo Dario Sabatino.

Dietro la scrittura asciutta e lineare, contenuto nei confini di equilibrio e saggezza, preme il tumulto dei sentimenti, comprensibile se si pensi a ragazzi perlopiù molto giovani che, rischiando la vita in una condizione di oppressione e schiavitù disumana, vanno in soccorso dei più anziani, oppure, come scopriamo da brevi cenni, si preoccupano di proteggere i loro genitori omettendo le cattive notizie, come si legge nell’episodio Morte e fuga e nell’ epistolario del Carabiniere Augustale Del Sette.

Tutti devono conoscere il coraggio del rifiuto che accomuna i militari che qui raccontano, tra cui il Carabiniere a cavallo Abramo Rossi: il disprezzo del nemico che tenta di persuadere al tradimento, proponendo addirittura di indossare un’altra divisa! Ancora di più emerge la nettezza della decisione attraverso parole scarne e rarefatte: “tutti rifiutarono”.

Aldilà di facili sentimentalismi traspare saldo il valore della famiglia, legame che vediamo vivo e rinnovato dalla partecipazione delle donne e delle mogli alle coraggiose azioni del Fronte clandestino della resistenza, che vede il generale Filippo Caruso a capo di cinquemila militari divisi in gruppi e squadre ben organizzate.

Infine, anche nel lungo elenco destinato al meritato ricordo delle mogli e madri che si attivarono per opporsi con tutti i mezzi al nazifascismo, accanto ai nomi propri vediamo comparire, nudi e disperati, soltanto i fatti, le azioni rischiose e le attività ininterrotte. Eppure alcuni rapidi cenni o piccoli dettagli qua e là misuratamente lasciati cadere, bastano a far rivivere nella mente delle lettrici e dei lettori quell’universo di orrore subìto nella realtà confusa e sfuggente di quei giorni, la violenza brutale che pure lasciava posto alla fierezza di contrastarla, da parte di donne e uomini insieme in nome della dignità umana, allora e per sempre.

Enrica Manna, Archivia